LIVE REPORT - CRAMPO EIGHTEEN: Clubhouse Matera, Grotta Dei Pipistrelli, Indian Bikers Motorcycle Club, Nomads Crew, 20 dicembre 2025 / di Leonardo Centola

 


20 dicembre 2025. Crampo Eighteen, tra stoner groove ipnotici e fuzz-fughe verso il Messico. Quattro corpi per una sola tensione. La diciottesima contrazione pugliese è composta da: Nino Colaianni, chitarra e voce / Luca Stero, chitarra / Michele Danza, basso / Lisa Florio, batteria. Il live materano parte con Dressed in White, che stende subito un tappeto sonoro morbido ed avvolgente. Le chitarre sono nervose ma con educazione, sanno farsi sentire senza fare le primedonne. Il groove gira bene, anzi benissimo, e dopo pochi minuti si capisce che la serata non è di quelle da ascoltare con le braccia conserte. Con I’ll Be Good l’atmosfera si fa più leggera e un po’ scanzonata. Le chitarre tengono il pezzo bello vivo e leggermente sfrontato, il basso vibra nello stomaco e la batteria evita con eleganza qualsiasi prevedibilità. Il ritornello suona come una promessa collettiva, di quelle che sappiamo tutti che dureranno più o meno trenta secondi.

June cambia decisamente clima. Parte con un groove ipnotico, ruvido e vagamente Stooges-style. Il brano avanza con calma, creando tensione ad ogni pausa. Qui esce il lato più introspettivo di Nino, la voce si fa fragile, le parole pesano di più e per un attimo sembra che anche il tempo rallenti. Insomma, capisci che adesso si fa sul serio. E infatti arriva I Wanna Die, titolo non proprio da playlist motivazionale. Intro minimale, atmosfera inquieta e una voce diretta, senza troppi filtri. Il ritornello non suona come provocazione, ma come uno sfogo sincero, sostenuto da una band compatta e potente. Con JC i Crampo Eighteen tirano fuori il loro lato più magnetico, con melodie Cobainamente narrative. Riff ipnotico, batteria precisa e basso che tiene tutto ben piantato a terra. Il brano cresce con calma ma con decisione, come una macchina che prende velocità e non ha nessuna intenzione di frenare. 

Crampo Eighteen

R-SIMPATHY porta un’energia più nervosa, con quel sapore vagamente Seattle-style. Ritmo serrato, voce più tagliente e tensione sempre sotto controllo. Il finale arriva secco, senza fronzoli, più che una chiusura elegante è uno schiaffo sonoro che ti rimette subito sull’attenti. Con You Better Run il titolo non mente, è una corsa vera e propria ma non verso la City of Refuge. Batteria martellante, ritornello da urlare e chitarre più affilate del solito. Il pezzo sembra non voler rallentare mai ed, infatti, non lo fa. Poi il concerto cambia atmosfera con Gimme Sugar, piccola caramella dal gusto vagamente dylaniano. Qui si abbassano un po’ le luci e si alza il groove. Ballata sensuale e furbetta da club underground, con basso magnetico e voce calda. È il momento in cui la band flirta apertamente con il pubblico ed il pubblico, inutile dirlo, ricambia volentieri.

Con Mojo Bag si entra quasi in una dimensione rituale. Il ritmo è ipnotico, l’atmosfera più scura e il movimento ondeggia lentamente. Non è il pezzo che esplode all’improvviso, ma quello che ti avvolge piano piano, come una sorta di sciamanico rito collettivo celebrato davanti ad un altare di amplificatori Fender. Down to Mexico apre, invece, un vero paesaggio sonoro. È un bel brano ampio, cinematografico, con un sapore desertico. La voce si fa più narrativa, quasi come se stesse raccontando un’ultima storia prima dei saluti. Il ritmo ondeggia caldo e polveroso, come una decappottabile che attraversa il deserto. Il viaggio musicale è servito. Tequila non obbligatoria ma decisamente consigliata. Gioiello.

Quando pensi che il viaggio sia finito, arriva Andvari. Atmosfera sospesa, chitarre riverberate e tanto spazio tra le note. Il brano cresce lentamente, elegante e contemplativo. La voce entra quasi sussurrata e si intensifica senza mai esplodere davvero, lasciando il concerto in uno stato quasi meditativo. Alla fine, le luci si accendono, gli amplificatori si spengono, ma il rumore buono di una serata così continua a ronzarti in testa. Rimane un pensiero semplice, bellissima esperienza, da ricordare e, possibilmente, da rifare. Grazie, come sempre, agli Indian Bikers di Matera, che con costanza e passione continuano ad allargare i confini delle nostre menti e delle nostre conoscenze musicali. E lo fanno nel miglior modo possibile.

Foto 3 di Leonardo Centola 

Crampo Eighteen  https://www.facebook.com/share/19YbB3j6xk/


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