SPECIALI - BOB WEIR (16 Ottobre 1947 - 10 Gennaio 2026) : "La musica che cammina, tra le strade americane e le note senza mai fermarsi" / di Riccardo Magagna

 

      Bob Weir (Scott Dudelson / Getty Images)

Bob Weir era un passo di lato rispetto al centro del palco, tuttavia indispensabile perché il palco stesso potesse esistere. Non era soltanto il chitarrista o la voce nei Grateful Dead: funzionava come un ponte, un architetto silenzioso che teneva insieme l’improvvisazione e la forma, il caos e la canzone. Il suo ruolo non si misurava in assoli, ma nella capacità di rendere possibile tutto il resto. E questo fin da quando, adolescente, entrò nella band, imparando sul campo cosa significasse crescere dentro un esperimento culturale che nessuno, all’inizio, pensava sarebbe durato così a lungo. Mentre Jerry Garcia esplorava melodie come sentieri senza mappa, Weir costruiva strade sotto i piedi degli altri. Usava accordi obliqui, ritmi sincopati, soluzioni controintuitive. Il suo modo di suonare non cercava mai di dominare lo spazio: lo abitava, lo divideva, lo apriva. Parlava della musica come se non gli appartenesse mai del tutto. La descriveva come qualcosa che passava attraverso le persone, che arrivava senza chiedere permesso, anche nel cuore della notte. Come Townes Van Zandt, dormiva con le finestre spalancate, come se il mondo esterno fosse parte della sua stanza e le canzoni, quelle fragili, perfide melodie, entrassero silenziose insieme all’aria notturna. Weir era una voce americana nel senso più ampio e meno retorico del termine. Le sue canzoni raccontavano i fiumi e le strade, ma non come simboli romantici: erano luoghi di passaggio, linee di fuga, spazi dove le persone si muovevano senza garanzie.

 Grateful Dead nel 1971: Bob Weir è il primo a destra 

I personaggi che abitavano quei brani non erano né eroi né vincitori, ma individui, spesso ai margini, che accettavano le conseguenze delle proprie scelte senza illusioni. In questo senso, la sua scrittura rifletteva non solo la tradizione del folk e del blues, ma anche la narrativa americana di frontiera, dove il viaggio conta più della meta e il paesaggio diventa metafora della condizione umana. Uno dei temi centrali era il confronto tra uomo e natura: quello stesso di James Fenimore Cooper e del mio amatissimo Natty Bumppo, di Mark Twain, Bret Harte, Willa Cather, di Larry McMurtry e Cormac McCarthy. C’era in Weir una comprensione istintiva del mito del West, non come nostalgia, ma come domanda irrisolta: cosa resta oggi dell’identità americana quando la frontiera non è più un luogo fisico, ma uno spazio interiore? Parlava di comunità temporanee, di alleanze nate per necessità, di legami destinati a sciogliersi con la stessa rapidità con cui si erano formati. Era un’America vista dal basso, raccontata senza trionfalismi, dove la libertà pagava sempre un fio e la strada non prometteva mai salvezza. Questa visione emergeva anche nel suo modo di stare sul palco: non come guida carismatica, ma come parte di un organismo collettivo, uno che teneva insieme ciò che altrimenti si sarebbe dissolto. Parlando dei Grateful Dead, nelle sue interviste, tornava spesso sulla stessa idea: la storia della band non era conclusa, non era un monumento da conservare.

          Grateful Dead: al centro Bob Weir 

Era una conversazione lasciata a metà, soprattutto dopo la morte di Jerry Garcia. Weir ne parlava senza enfasi, con una determinazione sobria: c’erano cose rimaste in sospeso, musica che doveva ancora trovare tutte le sue forme. Continuare a suonare non era commemorazione, ma lealtà. Quello che si fa per un partner, per un amico con cui si è condivisa una vita ai margini dell’imprevisto. Parlava delle note come di un organismo vivente: se le si concedeva spazio, esse trovavano da sole il modo di continuare. Guardava sempre avanti, interrogandosi su cosa sarebbe rimasto di quelle melodie sospese a distanza di secoli. Non era una domanda dettata dall’ego, ma dal bisogno di misura: la musica che dura non appartiene mai del tutto a chi la suona. In questo senso, Weir preferiva essere il narratore che cammina accanto agli altri, tenendo il tempo. Continuava a muoversi, perché il viaggio, come il suono che aveva accompagnato un’intera generazione, non avrebbe avuto senso se avesse smesso di essere vissuto. Finché qualcuno è disposto ad ascoltare, il viaggio pare infinito. E lui, in questo racconto americano, era il mio Huckleberry Finn.

                   Ace (1972)

Pubblicato a nome Bob Weir ma registrato di fatto dai Grateful Dead al completo, "Ace" riflette una divisione del lavoro sempre più consapevole all’interno della band. Jerry Garcia continua a esplorare il mito e la trascendenza, mentre Bob Weir si concentra sul quotidiano, sull’America vissuta dalla terra. Le sue canzoni non cercano epifanie, ma equilibrio. È musica che osserva e che spesso preferisce l’ironia alla rivelazione. Dal punto di vista sonoro, Ace è asciutto, quasi funzionale. Le strutture sono chiare, i brani raramente indulgono in virtuosismi e l’attenzione è rivolta più alla tenuta collettiva che all’individualismo. Playing in the Band è l’eccezione apparente: ritmo dispari, tensione circolare, una costruzione che prefigura il suo futuro come catalizzatore dei live. Ma anche qui la complessità non è decorativa: serve a creare spazio, non a riempirlo. I testi - firmati in gran parte da John Perry Barlow e Robert Hunter - collocano Weir in una posizione peculiare nel canone dei Dead.

Cassidy affronta il tema della continuità generazionale senza retorica, mentre Mexicali Blues e Black-Throated Wind ritraggono personaggi in movimento, spesso in fuga, che incarnano un’idea di libertà meno romantica e più gravosa.  One More Saturday Night chiude il disco con una dichiarazione: la musica è un rituale sociale. Riascoltato oggi, Ace funziona come una chiave di lettura per comprendere la longevità dei Grateful Dead. È un disco che pensa in termini di repertorio e di comunità, non di individualismo. Non cerca di definire un’epoca, ma di adattarsi a un cambiamento già in corso. Ed è forse per questo che, a distanza di decenni, continua a sembrare meno un prodotto del 1972 che un manuale pratico su come restare rilevanti senza inseguire la rilevanza.

Ascolta tutto "Ace": https://youtube.com/playlist?list=OLAK5uy_lt3Mn-WYlI4sSSGX337WKANYupIu4EC9I&si=XbGKXtlIF0uAZ1Bb


              Heaven Help the Fool (1978)

"Heaven Help the Fool" è il suono di Bob Weir che cammina da solo in una stanza che ha contribuito a costruire, ma che non gli appartiene più del tutto. Non c’è trionfo in questo disco, né vera sconfitta: c’è piuttosto quella zona grigia in cui un artista smette di essere una promessa e non ha ancora deciso che tipo di adulto vuole divenire. Nel 1978, Weir non è più il ragazzo sfacciato che tagliava gli accordi di Garcia come un coltello obliquo. È un uomo che ha visto la libertà trasformarsi in abitudine, e l’abitudine in una forma sottile di stanchezza. Heaven Help the Fool nasce da lì: non come gesto di rottura, ma come tentativo di controllo. Forse troppo. Le canzoni sono eleganti, spesso impeccabili, e proprio per questo a tratti sospette. La produzione leviga gli spigoli emotivi, addomestica il rischio. Il groove è presente, ma disciplinato; il funk suggerisce movimento senza mai lasciarlo davvero accadere. È una musica che conosce la propria arte e sembra avere paura di dimenticarla. Eppure, sotto questa superficie ordinata, si intravedono incrinature. Nei testi, Weir osserva se stesso con una lucidità quasi impietosa. L’amore non è redenzione, è negoziazione. La libertà non è una bandiera, è un conto aperto.

     Bob Weir (Scott Dudelson / Getty Images)

Il 'fool' non è un personaggio romantico, ma una figura stanca, che continua a sbagliare non per ingenuità, ma per inerzia. Il problema del disco - e forse la sua verità più profonda - è che Weir non osa spingersi fino in fondo in questa diagnosi. Ogni volta che una canzone sembra sul punto di rivelare qualcosa di scomodo, arriva un arrangiamento rassicurante, una linea melodica che riporta tutto in carreggiata. Come se l’autore avesse bisogno di proteggersi dalle proprie conclusioni. In questo senso, Heaven Help the Fool è un disco irrisolto, ma onesto nella sua irresolutezza. Non cerca di essere epocale, e proprio per questo racconta bene un momento storico in cui l’utopia si è trasformata in carriera e la carriera ha iniziato a chiedere il conto. È il suono di un uomo che intuisce che il cielo potrebbe voltargli le spalle e che la vera paura non è cadere, ma continuare a camminare senza più sapere perché. Col tempo, il disco ha assunto un valore quasi di testimonianza, non tanto per quello che dice, quanto per quello che trattiene. È il ritratto di Bob Weir nel momento esatto in cui la leggenda si ferma a prendere fiato e l’essere umano resta solo con le proprie canzoni, chiedendosi se bastino davvero.

Ascolta tutto "Heaven Help The Fool": https://youtube.com/playlist?list=PLtGDN7i8dXA5Klazc8BXsJbRvvzoj2CEJ&si=1l6JYVi4F6U4UQ8U


                   Blue Mountain (2016)

"Blue Mountain" è un disco che cammina. Come la sua musica. Cammina come fanno i vecchi sentieri dell’Ovest, quelli che non portano da nessuna parte ma insegnano qualcosa a chi li percorre. Bob Weir lo ha inciso quando ormai il tempo non è più un avversario da battere, ma un compagno con cui fare i conti. È un album che sa di polvere, di legno secco e della luce del tardo pomeriggio, quella che non perdona ma nemmeno giudica. Per chi conosce Weir solo come il ragazzo irrequieto dei Grateful Dead, Blue Mountain può sembrare una corruzione. In realtà è un ritorno. Prima che ci fossero le lunghe jam psichedeliche, prima che la musica diventasse una mappa cosmica, c’erano le canzoni folk, le storie raccontate attorno a un fuoco immaginario. Qui Weir si siede, con la chitarra sulle ginocchia, e canta come se avesse finalmente il tempo di finire una frase senza guardare l’orologio. I testi - molti dei quali scritti con Josh Ritter - non cercano un’illuminazione. Parlano di lavoro, di amori imperfetti, di promesse fatte senza la certezza di poterle mantenere. C’è una saggezza non proclamata, una consapevolezza che arriva solo dopo aver visto molte albe dal lato sbagliato della notte. Weir non interpreta un personaggio: presta la sua voce a uomini che sanno di aver sbagliato strada almeno una volta e che, per questo, hanno imparato a leggere il cielo. Musicalmente, il disco fluisce.

Si sente Nashville, certo, ma filtrata da una sensibilità californiana che non ha mai creduto davvero ai confini, con radici nella tradizione folk americana e nei ranch del Wyoming. Folk, country e bluegrass si mescolano all’uso di strumenti come banjo, mandolino e pedal steel. È country senza nostalgia forzata, Americana senza posa. C’è qualcosa di profondamente onesto in Blue Mountain. Non tenta di aggiornare Weir al presente, né di imbalsamarlo nel passato. È il lavoro di un uomo che ha attraversato un’epoca rumorosa e ora parla più piano, sapendo che chi vuole ascoltare si avvicinerà. In questo senso, il disco assomiglia a una conversazione fatta al crepuscolo. Se la musica dei Grateful Dead era un viaggio collettivo, Blue Mountain è il momento in cui uno dei viaggiatori si ferma, guarda indietro senza rimpianto e avanti senza fretta. Non è una conclusione, né un bilancio definitivo. È una tappa. Una di quelle che non finiscono nelle mappe ufficiali, ma che chi le ha vissute ricorda per sempre.

Ascolta tutto "Blue Mountain": https://youtube.com/playlist?list=OLAK5uy_m1HgYrS-SmybqEnBdxGYVV0fT7khY31hQ&si=iKBMJ9F1EC1DxG2E

(fonte: jeevesmag.substack.com)

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Solo cinque seminali, imperdibili primi album nella sterminata discografia dei Grateful Dead con i preziosi contributi di Bob Weir:

- The Grateful Dead (1967)

- Anthem Of The Sun (1968)

- Aoxomoxoa (1969) 

- Live/Dead (1969) 

- Workingman’s Dead (1970)

- American Beauty (1970) 



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