RECENSIONI - THE LEMONHEADS "Love Chant" (Fire Records, 24 October 2025) / di Leonardo Centola

 


I Lemonheads tornano sei anni dopo "Varshons II" (2019) con "Love Chant", il loro nuovo album, affascinante concentrato di energica pigrizia ben confezionata, malinconia vintage e riff che sembrano registrati su una sedia a dondolo comodamente posizionata sotto il porticato di casa tua. Perché i Lemonheads non creano musica. Disegnano stati d’animo leggermente stonati ma sempre genuinamente autentici e Love Chant non è un manuale di meditazione per cuori infranti. Dentro ci sono le solite belle chitarre jangly, i testi ironici e il mood da “i haven't forgotten to grow up because I'm fine like this” dal Tom Waits–iano pensiero. Insomma, Love Chant non rivoluziona nulla, vero, ma è come la tua t-shirt preferita scolorita: è comodo, ti sta bene e ti fa sentire a casa, riflettere e battere il piede. Un disco che non ti cambia la vita, ma ti fa compagnia mentre osservi la vita degli altri passare sopra un monopattino elettrico.

        Lemonheads  (foto di Gareth Jones)

Si parte con una timida intro acustica affidata a 58 Second Song che sembra quasi voler chiedere il permesso prima di travolgerti come un assalto alla diligenza scazzatamente romantico, con quei giri armonici intrisi della tipica malinconia agrodolce che solo Evan Dando riesce a sfornare con la stessa aria irresistibile di venti anni fa. Qui c’è il vero Dando, quello che ci piace: bello sporco e dolcemente disilluso. Con Deep End, Evan Dando flirta con le nostre emozioni senza nemmeno sollevare gli occhiali da sole. Il brano si muove come un’altalena di note che vanno avanti e indietro sulla tastiera degli strumenti, quasi in una danza tantrica ed ipnotica, dolce ed irresistibile. Ad ogni ascolto, ti accorgi di un accordo che prima era sfuggito, una linea vocale sussurrata, una malinconia che si fa carezza. E alla fine della traccia, quando pensi che sia finito, il pezzo si chiude con un giro di chitarra acustica che sa di tramonto passato sul cofano di una vecchia Due Cavalli del ‘74.

          Evan Dando (foto di Bec Harbour)

In The Margin è quel classico "pezzone alla Lemonheads" che ti fa esclamare al primo ascolto: «Eccoli!». La formula è perfetta. Chitarre energiche ma mai invadenti, melodia accattivante, la voce di Evan Dando che sa essere sfrontata e romantica ad ogni suo respiro. Il brano parte deciso, prende subito al primo ascolto, ti trascina in un vortice di power-pop che sa di periferia americana del Midwest e di magliette stropicciate. 

È un sound più ruvido rispetto al glorioso "It’s a Shame About Ray" (1992, ascolta qui l'album https://youtube.com/playlist?list=OLAK5uy_nBhEpljPROdBThFfvHHbmORaLPhgGFYkU) di 33 anni prima ma l’atmosfera è lì in agguato tra le note, pronta a farti sentire di nuovo adolescente senza troppa vergogna ed a continuare a cantare “I live in the margin” anche quando la musica è finita. Soffermandoci (visto che ci siamo) un attimo sulla ricca discografia della band di Dando, prima di It’s a Shame About Ray che rimane probabilmente il loro album più popolare e di riferimento c'erano stati quattro lavori in studio ("Hate Your Friends", 1987 / "Lemonheads", 1988 / "Lick", 1989 / "Lovey", 1990), altri cinque dopo ("Come On Feel The Lemonheads", 1993 / "Car Button Cloth", 1996 / "The Lemonheads", 2006 / "Varshons", 2009 / "Varshons II", 2019).

                            Evan Dando

Tornando al nuovo Love Chant: Wild Thing è una ballata romantica che ti spiazza con la sua dolcezza disarmante. Siamo in modalità cuore tenero e la voce di Evan Dando si muove tra le note con la sicurezza di chi ha spezzato più cuori che corde di chitarra. È una carezza sonora dove la malinconia ha il sapore del bacio che non hai dato. E quando Evan canta, sembra sapere esattamente quello che fa. Lo fa con maestria, sì, ma anche con quella svagata naturalezza da ragazzo che ha dimenticato di invecchiare. Be In è il classico brano che ti aspetti decolli ma invece rimane lì, come un amore d’estate che non trova mai il coraggio di dichiararsi. Forse il più debole del disco, non perché brutto, ma perché sembra girare su se stesso, con una ritmica che raddoppia e poi rallenta senza mai davvero sorprendere. È un po’ come se Evan avesse deciso di restare nel suo letto, con la chitarra in mano e il cuore in pausa. Ma anche quando i Lemonheads arrancano, lo fanno con quel fascino trasandato che li rende comunque irresistibili.

Con Cell Phone Blues, i Lemonheads risalgono in sella. Ritmo serrato, armonie old school e quel ritornello che ti si incolla addosso come un messaggio vocale alle tre di notte. Il basso scalpita, preannunciando un pogo imminente, e Evan Dando sembra dirci: “Ok, ho ricaricato il telefono e pure la voglia di farvi pogare”. Una scossa d’energia romantica e nostalgica, come una chiamata persa dal 1994. Togetherness Is All I'm After è quella carezza sonora che non ti aspetti. Ha il passo lento e sognante di un Thom Yorke in gita con i Pixies ed un cuore pieno di distorsioni romantiche. È un brano romantico, morbido e stranamente dolce, come Evan Dando che ti sussurra: “tranquillo, forse non è tutto perduto … forse”. Non sai perché ti piace così tanto, ma lo lasci girare in loop, come una vecchia polaroid dimenticata nel cassetto del cuore.

        Lemonheads (foto di Gareth Jones)

Marauders è quel tipo di brano che magari non ti cambia la giornata, ma te la rende decisamente più gradevole. Non sorprende, è vero, ma scorre con eleganza tra dissonanze chitarristiche ben dosate e un basso che si muove sornione, mentre la batteria, precisa ed affettuosa, cuce il tutto con cura artigianale. Alla fine, arrivano pure i fiati a salutarti con stile. È come un vecchio maglione un po’ sgualcito, ma impossibile da togliere. Love Chant, la title track, è un piccolo incantesimo in bilico tra l’ironia acida dei Violent Femmes e le visioni mistiche dei Doors, ma con quel tocco di grazia un po’ stropicciata che solo i Lemonheads sanno regalare. Sembra che Evan Dando abbia sorseggiato tramonti e poesia, per poi trasformarli in note che ti accarezzano l’anima per, poi, scompigliarla un po’. Strano, elegante, ipnotico, più che ascoltarlo, lo respiri.

The Key of Victory è una ballata acustica così dolce che sembra suonata da Dando mentre fluttua su una tavola da surf al tramonto, raccontandoti i suoi fatti con il cuore in mano. Le note arrivano come onde leggere, e ti viene voglia di scrivere una poesia, anche se di solito fare la lista della spesa ti sembra già un’impresa epica. Una carezza sonora, semplice, sincera e bellissima. Roky è la chiusura perfetta. Romantica, delicata e tutta intrisa di malinconia luminosa. Una ballata psichedelica a rallentatore, dove fuzz e chitarre suonano come violini innamorati. Evan Dando si lascia scappare l’anima, con quella sua malinconia tenera ed un sorriso sghembo tra le note. È una ballata d’amore psichedelico, lieve e sognante, che ti fa venir voglia di innamorarti di nuovo, magari di chi ti ha appena fregato la maglietta dei Lemonheads.

Per la cronaca Evan Dando ha pubblicato con Jim Ruland il 7 Ottobre 2025 (edizioni Gallery Books) la sua autobiografia "Rumours of My Demise: A Memoir" che narra anche attraverso le approfondite interviste con lui di Ruland la sua infanzia, le disavventure come leader dei Lemonheads, la vera tumultuosa storia della band, come fosse essere famoso nell'era pre-internet, le sue pericolose frequentazioni con le droghe.

Love Chant Bandcamp  https://thelemonheadsmusic.bandcamp.com/album/love-chant

Lemonheads        https://thelemonheads.net/

In The Margin  https://youtu.be/UVT0GrwPQSA?si=0eHQSGo9jzhryZrS

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