SPECIALI - FRANCESCO GUCCINI (1940 - 2026): "Non sai la nebbia..." / di Rosa Colella
I N T R O
È difficile scrivere oggi su Francesco Guccini. Il pensiero si muove lungo il filo di un monologo interiore drammatico, confesso il tentativo di aggrapparmi ai residui della identità personale e collettiva (collettiva?) pur consapevole che ciò che resta non ha più nulla di intero, ma solo scampoli di una voce di un tempo lontano che, forse, ho solo sognato. Sorge da qui il dubbio sul vivere che, probabilmente, non coincide mai con il luogo fisico o mentale in cui ci troviamo o crediamo di risiedere. Le ragioni, i ricordi, le cose tutte diventano labili perché come esseri umani tendiamo a darci certezze fittizie solo per auto-convincerci che siamo vivi, partecipi di un immaginario differente, proiettato in una società e un tempo ideale. Questa dinamica di autoinganno è mostruosa, ma lo sarebbe altrettanto, mi dico, in un mondo privo di queste illusioni protettive? Quindi, un punto d'arrivo comune, inevitabile e senza infingimenti potrebbe essere la presa d'atto dell'insopportabilità dell'esistenza. E il non guardare indietro potrebbe essere un saggio consiglio o un monito tragico: voltarsi a cercare il passato o una verità solida non fa che confermare il vuoto del presente.
La Vita e le Opere
E' il 6 agosto 2026: si è addormentato per sempre Francesco Guccini, che era nato a Modena il 14 giugno 1940, condividendo, per coincidenza, il compleanno con Che Guevara e che trascorse i primi anni d'infanzia a Pàvana, sull'Appennino tosco-emiliano. La sua scomparsa ha causato alla cultura italiana la perdita di uno dei suoi più grandi cantautori e non solo, venendo a mancare, con lui, il testimone di una civiltà morale, contadina e filosofica, che aveva saputo sublimare nei suoi testi e letterari e musicali. Un uomo dall'etica progressista e laica, lontano dalla militanza di maniera, la cui parabola esistenziale e artistica ha disegnato una geografia dell'anima che spazia tra Pàvana, Modena e Bologna. L'immaginario del suo canzoniere trae origine nel microcosmo appenninico e nel simbolico Mulino di Chicón. Un mondo rurale da cui Guccini ha assimilato il valore dell'essenziale.
Nel 1945 il trasferimento a Modena ha rappresentato la frattura originaria, l'addio ai ritmi a misura d'uomo della montagna per abbracciare la dimensione urbana della città, dove trascorrerà l'adolescenza e la prima giovinezza e dove farà parte dei primi complessi rock'n'roll. Esperienze immortalate in brani quali Piccola città e Cencio. Alla fine del 1961 sceglie Bologna come sua nuova dimora ed è proprio sotto le Due Torri, ai tempi dell'Università e delle nottate trascorse tra casa e osterie, che affina la sua maturità intellettuale e uno stile originale e inconfondibile, in cui la narrazione folk di stampo americano si fonde armoniosamente con il suo vasto background culturale, dai classici al lirismo intimista di scuola francese, alla vivace ironia, all'arguzia di un certo teatro popolare. Per quanto riguarda la sua produzione discografica, essa testimonia una costante metamorfosi linguistica e tematica.
Probabilmente a intuire il suo potenziale come cantautore è Caterina Caselli, per la quale nel 1967 aveva firmato un brano destinato al Festival di Sanremo. È lei a convincerlo a fare il salto decisivo, pertanto nello stesso anno Guccini debutta per la RCA con l'album "Folk Beat n. 1". Un esordio in cui il rigore civile si fonde con l'impegno, si pensi a capolavori come Auschwitz, Noi non ci saremo, Dio è morto – brano quest'ultimo censurato dalla RAI, ma trasmesso da Radio Vaticana e Canzone per un'amica (originariamente intitolata In morte di S.F.), canzoni portate al grande pubblico dai Nomadi.
Nel 1970, "Due anni dopo" e "L'isola non trovata". Nel 1972 "Radici", pietra miliare in cui la cifra poetica di Guccini tocca vertici notevoli, contempla al suo interno l'epica ballata La Locomotiva, che poi chiuderà, quasi sempre le sue esibizioni live – concerti che erano qualcosa di straordinario, una scaletta collaudata capace di fare cantare e sognare, all'unisono, un pubblico trasversale e fedelissimo. Dopo l'intimo e spesso incompreso "Stanze di vita quotidiana" (1974), nel 1976 arriva il boom commerciale con "Via Paolo Fabbri 43", album che sarà in cima alle classifiche di vendita spinto anche da L'Avvelenata, in cui rivendica l'autonomia del pensiero e il diritto al dubbio, scagliando la sua invettiva sferzante verso la critica musicale dell'epoca, Riccardo Bertoncelli in primis.
Negli anni successivi pubblicherà "Amerigo" (1978) – album che contiene Eskimo, in cui traspare una struggente nostalgia dei ritmi e le illusioni degli anni ’60 –, "Metropolis" (1981), "Guccini" (1983), "Signora Bovary" (1987), "Quello che non…" (1990), "Parnassius Guccini" (1993), "D'amore di morte e di altre sciocchezze" (1996) – un disco toccante, dedicato alla memoria di due storici amici scomparsi tragicamente a poca distanza l'uno dall’altro, Victor Sogliani (bassista dell'Equipe 84) e il fumettista Bonvi (creatore di "Sturmtruppen"), e che contiene Cirano, considerato da molti uno dei più bei brani della canzone d'autore italiana –, "Stagioni" (2000), "Ritratti" (2004), "L’ultima Thule" (2012), "Canzoni da intorto" (2022), "Canzoni da osteria" (2023). Nel 2006 fu pubblicata la raccolta tripla celebrativa dei suoi 40 anni di carriera, "The Platinum Collection" contenente 47 grandi classici della sua discografia.
A questo punto si potrebbe affermare che raggiunse la sua maturità e una grande capacità d'introspezione negli anni Ottanta e Novanta, quando era supportato anche da musicisti d'eccellenza e dal produttore Renzo Fantini. Inoltre, parallelamente, la sua scrittura allarga gli orizzonti spaziali e temporali, attraverso immagini universali e di fantasia (Autogrill, Bisanzio) e intense riflessioni sulla parabola del tempo (Farewell, Lettera), fino al delicato canto d'amore di Vorrei e allo sdegno civile di Cirano. Il ritorno fisico ed esistenziale a Pàvana segna l'inizio di un'altra stagione della vita del "Maestrone" che si congeda dalla discografia con "L'Ultima Thule" (2012) consacrandosi interamente alla prosa alla quale si dedicava sin dal 1989, anno di pubblicazione di "Cròniche epafàniche" regalandoci opere memorabili, tra le quali "Tralummescuro, Ballata Per Un Paese Al Tramonto" (2019) e la celebre fortunata saga noir firmata a quattro mani con Loriano Macchiavelli.
Sul suo operato e sulla sua way of life si potrebbe dire ancora tanto, ma è da sottolineare come Guccini non si sia mai concesso strategie pubblicitarie, rifiutando le apparizioni televisive e mantenendo un profilo rigorosamente riservato. Ultimo, ma non ultima la sua presenza a concerti di solidarietà, una su tutte: oltre 40 anni fa, come riportato dal Resto del Carlino del 9 agosto 2026, il Nostro, insieme a Pierangelo Bertoli, si esibì al Palasport di Reggio per una causa molto particolare, quella di esprimere sostegno ai detenuti di Nuoro che, dal dicembre 1983, avevano avviato uno sciopero della fame, con il sostegno del cappellano del carcere Salvatore Bussu, contro le dure condizioni di permanenza applicate nella struttura carceraria.
La sua eredità culturale, musicale, immateriale, metafora della memoria e dell'epoca, supererà il tempo, sarà trasmessa di generazione in generazione. Lui, il "Maestrone", figura schiva e lontana dai riflettori, ha incarnato le inquietudini, le proteste, i sogni e tanto altro di un'epoca del nostro paese.











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