RECENSIONI - THE MOUNTAIN GOATS: "Days" (7 Agosto 2026, Thirty Tigers) / di Marco Fanciulli

 

"Days" è il nuovo album (il ventiquattresimo) dei The Mountain Goats, una realtà dell'indie-rock a stelle e strisce in pista da oltre trent'anni ma che non si è mai conquistata un vero posto al sole nel mercato discografico, è sempre rimasta in quella che si può definire una zona Cesarini: la band non ha mai conquistato lo showbiz ma ha sempre avuto un largo seguito di culto. Ai Mountain Goats Ma non sono mai interessati i riflettori, sono sempre andati avanti per la loro strada con una proposta musicale legata alla sfera di un suono indie con aperture al folk e al country. Formatisi nel 1991 sono la creatura musicale di John Darnielle, leader e unico membro fisso del gruppo, mentre gli altri musicisti nel corso degli anni sono cambiati grazie a un turn over senza sosta. 

              John Darnielle (foto di Jade Wilson)

La formazione non è mai stata fissa e ha fatto perno principalmente su Darnielle, al punto che qualcuno non ha nemmeno parlato di una band vera e propria ma del progetto solista di Darnielle con l’ausilio di diversi turnisti. Nondimeno ad accompagnare Darnielle nei dischi della band sin dal 1994 sono sempre stati e sono anche in Days il polistrumentista Matt Douglas (guitars, keyboards, woodwinds) e Jon Wurster (drums, percussion). Tra gli ospiti vari importanti contributi alle session di Days vengono da Rob Jost (basso e corno francese) e dai cori di Catherine Russell, Jamie e Carolyn Leonhart. La formazione è originaria della contea di Los Angeles, per la precisione della placida cittadina di Claremont; la ragione sociale - le “capre di montagna” - deriva dal testo del brano Big Yellow Coat del vecchio bluesman Screamin’ Jay Hawkins. Le origini della formazione risiedono nel tipico suono lo-fi che caratterizzava una fetta dell’underground degli anni '90, le sue prime pubblicazioni sono state solo su musicassetta e 7”.

      The Mountain Goats, da sinistra: John                        Darnielle, Matt Douglas, Jon Wurster

La svolta avvenne nei primi anni duemila, allorchè passarono da un rudimentale suono a bassa fedeltà a una maggiore cura degli arrangiamenti con più attenzione professionale al dettaglio; il sound abdica al lo-fi originario per diventare più complesso e variegato, alternandosi fra melodie dream pop, furibonde schitarrate elettriche, ariosi quadretti country, scampoli new wave, umori power pop, forti delle varie influenze cui la band attinge, dai Cure al grunge. L’abilità dei MG è di saper creare delle canzoni che sono dei puliti affreschi sonori. La canzone - ecco la chiave - è il punto di forza della band. I MG lavorano con arte la canzone levigando e curandone i particolari, sapendo collocare l’accordo al posto giusto, sapendo scegliere l’arrangiamento a puntino per confezionare delle canzoni che si svelano all’ascoltatore come dei quadretti in cui ogni figura è posizionata al posto giusto e che comunicano una sensazione gradevole allo sguardo. I MG vanno ascoltati a cuor leggero, perché sanno comunicare serenità emotiva, sensazioni di primavere agresti mentre dalla finestra di casa si guarda la prateria, scatti di veemenza ma sempre calmierati. I Goats però hanno sempre avuto una costante, immutata fin dai primi tempi del lo-fi: quella di essere una tipica band americana che sa alternare momenti di slancio sentimentale, ripiegamenti intimisti ed emotivi a episodi di scatto ribelle e graffiante, un atteggiamento che filtra attraverso le note musicali lo spleen di una cittadina di provincia americana, e sono bravi nel sapere amalgamare umori tipicamente rurali a stelle e strisce ad atmosfere da college. Trent’anni in pista, una lunga lista di album pubblicati con una media di un disco all’anno i MG si presentano oggi come una piccola istituzione dell’underground americano.

Foto di Alan Velasco

“Days” è l'ultimo capitolo di una lunga saga, e mostra una formazione tonica e ormai da tempo matura. È un disco vario capace di mettere insieme varie influenze, ma l’elemento che accomuna tutti i brani è il folk, lo potrei definire un album di art-folk. La produzione è impeccabile nel presentare un suono pulito e arioso, leggero quanto può esserlo l’aria primaverile. Questo è un album i cui testi parlano del passato, degli anni '70, '80 e '90, praticamente tutta l’era d’oro del rock, ma lo fa con un piglio asciutto, senza lasciarsi andare alla nostalgia canaglia. Vi sono menzionati i ricordi di molte band del passato. L’album è un rosario di perle. L’iniziale Song For Laine Stainey, dedicata al defunto cantante degli Alice In Chains è un gradevole spaccato di folk cantautorale che alla fine si trasforma in una furibonda sfuriata hard. La successiva Charlie Sheen Reaches Out Of The Feds è il picco dell’album: retta da un basso pulsante che fa molto Cure e da una batteria a ritmo metronomico e costante passa a umori power pop nel ritornello e un sax gli conferisce anche un ingrediente glam. Annie Haslam Imperial Phase inizia con soavi laccature Philly Sound anni '70 per poi prendere la via di un raffinato lounge-pop. Best Hard Rock Albums 2013 è un intimista folk-pop cantautorale dagli umori di un crepuscolo serale. Crying On Eddie Nash’s Grave: un altro crepuscolare folk-pop con bei coretti di background che evoca proprio quel lirismo alla Guido Gozzano fatto di “giornate nella campagna ove non accade nulla di particolare”. 

Aperta da un coro a cappella Going To Fennario è un pastellato country fra John Denver e certe cose degli America, impreziosito anche da un’arpa. Candlebox vira su un gradevole dream-pop con aperture orchestrali che ricorda gli Eels mescolati alla malinconia di Neil Young. Hidden Majesty Of Later Venom Albums se vogliamo risulta come il brano più atipico: è dedicato alla metal band Venom dei quali si esalta la maestosità dei lavori più tardi; caratterizzato da un morbido pianismo e da cenni di percussioni, la canzone è permeata da un canto arioso e leggiadro e nel refrain si abbandona a celestiali orchestralità; è ospite Janis Siegel, cantante dei Manhattan Transfer, che crea angeliche armonie vocali. La title-track Days riporta l’orologio a certe reminescenze lo-fi degli esordi ed è retta da una batteria meccanica; verso il termine del brano un arpeggio di synth ne addolcisce il tono. Woodstock: malinconia song pianistica dell’andamento mesto, messo in risalto anche dagli arrangiamenti sofisticati di sottofondo. Shallow Grave: un country brioso da ritrovo di amici al saloon che mi fa pensare a certo roots-rock anni '80. La conclusiva Last Days è un altro vibrante pop con umori sixties accentuati anche dalla presenza di un organetto simil-farfisa.

Line-Up "Days": 

John Darnielle: Vocals, guitar, keyboard --- Matt Douglas: Guitar, keyboard, woodwinds, horns, horn arrangements --- Jon Wurster: Drums, percussion, body percussion 

Rob Jost: Bass, French horn

Mikaela Davis: Harp

Ben Loughran: Synthesizer

Guest and Harmony Vocals: Carolyn Leonhart, Jamie Leonhart, Catherine Russell

Tracklist:

1. Song for Layne Staley
2. Charlie Sheen Reaches Out to the Feds
3. Shallow Grave
4. Candlebox
5. Annie Haslam Imperial Phase
6. Crying on Eddie Nash’s Grave
7. Days
8. Best Hard Rock Album 2013
9. Going to Fennario
10. Woodstock
11. Hidden Majesty of Later Venom Albums
12. Last Day

"Days" bandcamp
https://themountaingoats.bandcamp.com/album/days
Charlie Sheen Reaches Out to the Feds https://www.youtube.com/watch?v=7PEJmPTIzqk
Shallow Grave
https://www.youtube.com/watch?v=iKDgRDQJU6g 
The Mountain Goats Instagram https://www.instagram.com/mountaingoatsmusic
Facebook https://www.facebook.com/mountaingoatsmusic/ 
Official   https://www.mountain-goats.com/


 

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