RACCONTI - "L'Amore è una dittatura" / di Nino Colaianni
1 - Il mondo
In città, sui muri risparmiati dalle bombe, resistevano ancora sbiadite scritte di frasi d'amore. Le notavo ogni mattina durante il tragitto per recarmi al Ginnasium, le appuntavo sul taccuino che portavo sempre con me nella borsa di cuoio a tracolla. La prima, che notai giorni fa, recitava: "L’Amore è una dittatura".
Il Gym, come noi chiamavamo quel posto, era il centro ricerche dove lavoravamo prima che tutto finisse. Adesso per arrivarci dovevo camminare attraversando macerie, cumuli di ferraglia e polvere, cercando di scansare cani affamati e vagabondi in cerca di colla da sniffare. Per fare prima, a volte, potevo percorrere il tunnel della metro rimasto indenne, ma solo di giorno, perché la notte diventava troppo pericoloso. Il sole iniziava a scottare durante quelle camminate e mi costringeva a sollevare il cappuccio della felpa che portavo sempre in testa, residuo di abitudini del mondo di prima.
Decido di passare per un vicolo mai percorso prima e un'altra scritta mi si para davanti, è su una tapparella divelta rimasta in bilico sul muro. I caratteri sono grandi, la vernice è fresca e questo attrae la mia attenzione più della frase. "Segui il Bene", c'era scritto.
Il bene, pensavo. Fanculo il bene. Ho perseguito il bene tutta la vita e cosa mi resta, cosa ci resta? Solo macerie. Quello che vedo non sono cumuli di cemento e acciaio, sono il sangue versato dall'umanità, sono il vomito sgorgato dalle fogne dell'odio in nome del dio denaro. Eppure ora che tutto è crollato, un senso di libertà pervade le strade e la mia mente, la stessa sensazione che provi quando hai versato tutte le lacrime e il mondo ti appare migliore. Una nuova consapevolezza stava nascendo in me. Dovevo affrettarmi, gli altri mi stavano aspettando.
2 - Il Gym
Superai l'ultimo blocco di cemento armato ed entrai dall'ingresso posteriore del Gym. L'aria all'interno profumava di ozono, polvere e disinfettante chimico, un mix nostalgico che mi faceva sentire a casa. O in quello che ne rimaneva.
Elena e Marcus erano già chini sulla console dell'unico sequenziatore genetico ancora funzionante, alimentato da un generatore a biocombustibile che tossiva a intervalli regolari.
«Sei in ritardo, Leo», disse Marcus senza alzare gli occhi dallo schermo catodico.
«Ho preso una deviazione. C'è vernice fresca sui muri là fuori. Qualcuno ha ancora la forza di scrivere stronzate», risposi, gettando la borsa di cuoio sul tavolo di metallo.
Elena si voltò, i capelli legati in una coda disordinata e gli occhi cerchiati da occhiaie profonde. Ma brillavano. «Non sono stronzate, Leo. Guarda qui».
Mi avvicinai. Sul monitor, una catena di nucleotidi modificati brillava di un verde fluorescente. Era il ceppo f-04, il nostro progetto clandestino. Prima della fine, eravamo un team di neurobiologi universitari focalizzati sulla cura delle malattie degenerative. Poi, quando i governi hanno iniziato a usare la scienza per l'annientamento reciproco, abbiamo capito che il vero cancro da estirpare era un altro: l'incapacità biologica di provare empatia oltre il proprio ristretto nucleo di appartenenza.
Avevamo isolato il gene della compassione. Lo avevamo potenziato.
3 - Il Contagio della Mente
Note di laboratorio - Ceppo "Agape" (f-04)
Vettore: Virus a trasmissione aerea ad altissima persistenza.
Target: Amigdala e recettori dell'ossitocina/dopamina.
Effetto: Riconfigurazione delle sinapsi. Cancellazione dell'istinto di sopraffazione. Stimolazione forzata dell'altruismo e dell'attaccamento emotivo verso ogni essere vivente.
«È stabile», sussurrò Elena, la voce che tremava per l'emozione. «Modifica il DNA ospite in meno di quarantotto ore. Non causa febbre, non causa dolore. Solo... una profonda, incontrollabile necessità di connettersi con l'altro. Di proteggerlo».
Rilessi mentalmente la scritta sul muro: L'Amore è una dittatura.
C'era un'ironia spietata in tutto questo. Stavamo per fare esattamente quello. Stavamo per imporre l'amore con la forza della biologia. I pochi sopravvissuti alla guerra atomica e chimica stavano morendo di stenti, uccidendosi a vicenda per una scatola di fagioli o un litro d'acqua contaminata. L'umanità si stava spegnendo nell'odio.
«Se lo rilasciamo», dissi, guardando i miei colleghi, «togliamo loro la scelta. Non potranno più odiare, anche se lo volessero. Saranno condannati ad amarsi».
«La libertà di odiare ci ha ridotti a vivere tra le macerie, Leo», rispose Marcus, stringendomi una spalla. «Guardati intorno. Questa non è vita. È solo un'agonia cinica. Noi daremo loro una seconda possibilità».
4 - L'Inizio del Domani
Salimmo sul tetto del Ginnasium mentre il sole al tramonto tingeva il cielo di un viola malato, riflesso della polvere radioattiva ancora sospesa nell'atmosfera. Marcus trasportava la bombola pressurizzata, Elena stringeva il detonatore termico che avrebbe nebulizzato il virus nella corrente ascensionale che soffiava verso il centro della valle, dove si raggruppavano i sopravvissuti.
Aprii il mio taccuino di cuoio. Lessi l'ultima frase che avevo appuntato quella mattina: Segui il Bene.
Sorrisi. Non era più un consiglio ipocrita del vecchio mondo. Stava per diventare una legge fisica. Un riflesso incondizionato.
«Fallo», dissi a Elena.
Lei premette il pulsante. Un sibilo acuto ruppe il silenzio della città morta. Una nube invisibile e inodore si sollevò dal tetto, espandendosi rapidamente, cavalcando il vento della sera.
Tra due giorni, l'aria che respiravamo avrebbe cambiato tutto. I vagabondi avrebbero teso le mani non per colpire, ma per stringere quelle degli altri. I cani affamati avrebbero trovato carezze, e noi avremmo finalmente smesso di nasconderci dietro i cappucci delle nostre felpe, pronti a guardarci negli occhi senza più paura.
Avevamo infettato la Terra con l'unica piaga da cui nessuno avrebbe mai voluto guarire.


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