RECENSIONI - JACK WHITE - "Frozen Charlotte" (2026, Third Man Records) / di Nino Colaianni

 

Fresco di stampa tramite Third Man Records, "Frozen Charlotte" è il settimo album solista di Jack White. Se il precedente "No Name" era stato un fulmine a ciel sereno, un ritorno improvviso al garage rock più viscerale che aveva riacceso i motori della sua carriera, questo nuovo lavoro ne è la naturale ed esaltante prosecuzione. White prende quel blues-punk ruvido e fangoso e lo spinge verso territori ancora più pesanti, distorti e sfacciati.

         Jack White: foto di David James Swanson

Un muro di suono analogico e viscerale nel quale Jack White decide di non pensare troppo alle strutture e si affida interamente al suo istinto e alla chimica devastante della sua band da tour, formata da Patrick Keeler alla batteria, Dominic Davis al basso e Bobby Emmett alle tastiere. Il risultato è un disco sanguigno, sporco, che suona perennemente sul punto di esplodere, dove la chitarra non è solo uno strumento, ma una vera e propria arma da fuoco.

L'album si muove lungo binari precisi, mettendo da parte le bizzarrie iper-prodotte del passato recente per concentrarsi su riff monumentali e una dinamica di gruppo che toglie il fiato. G.O.D. and the Broken Ribs, la traccia d'apertura è una folle e muscolare riscrittura della Genesi. White quasi rappa i testi in uno stile sprechgesang tagliente, interrotto da assoli di chitarra isterici e sorretto da un organo Hammond acido in pieno stile Deep Purple. Dollar Bill, il terzo singolo estratto è un boogie sporco e irresistibile, con un groove rallentato che strizza l'occhio ai Cream di Sunshine Of Your Love. Il finale è un delirio di pitch shifting e tremoli impazziti sulla pedaliera che ricordano il Tom Morello più selvaggio.

You'll Never Fix Me è un proiettile garage-rock vecchio stile, dove la melodia si fonde con una fiammata punk distruttiva e liberatoria. Neighbors Blues, il brano di chiusura è un autentico pezzo da novanta. Un blues teso e paranoico ispirato alle liti tra vicini di casa, che culmina in un assolo multi-parte titanico in cui il tono della chitarra muta continuamente, evocando i fasti di Ball and Biscuit. "Frozen Charlotte" non cerca di inventare il futuro né di idolatrare il passato: è semplicemente la dimostrazione di quanta elettricità Jack White riesca ancora a spremere da sei corde e un amplificatore valvolare.

Jack White (Foto Press: D'Alessandro & Galli)

Se c'è un piccolo limite, è che il disco ha meno variazioni stilistiche rispetto a No Name e l'intensità è così implacabile che a un primo ascolto i brani centrali rischiano di sfumare l'uno nell'altro. Tuttavia, la palpabile sensazione di divertimento e la totale assenza di filtri commerciali rendono questo disco un ascolto obbligatorio per chiunque ami il rock d'impatto. A cinquantun anni suonati, Jack White ha smesso di fare il redivivo sciamano digitale per tornare a fare quello che gli riesce meglio: imbracciare la chitarra, alzare il volume a 11 e far tremare le pareti. Il suo rinascimento continua.

Ascolta tutto Frozen Charlotte  https://youtube.com/playlist?list=PLLZoREQxywHo&si=K7WJHkxGujRNCuoB

Jack White official       https://jackwhiteiii.com/

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