RECENSIONI - PAUL McCARTNEY: "The Boys Of Dungeon Lane" (2026, Capitol Records) / di Nino Colaianni
Paul McCartney ha fatto qualcosa di apparentemente impossibile: ha pubblicato un album che non puzza di nostalgia fine a se stessa, ma che vibra di un'energia incredibilmente fresca. "The Boys of Dungeon Lane" è il suo diciottesimo lavoro solista (difficile stabilirne con certezza il numero). Il filo conduttore è chiaro fin dal titolo: un viaggio a Liverpool, ma non in quella della Beatlemania, bensì in quella ancora precedente. È il racconto delle strade di Speke, delle camminate con John e dei viaggi in autostop con George. La produzione è stata affidata ad Andrew Watt (fresco del lavoro con i Rolling Stones), che spinge molto sull'acceleratore, regalando un suono enorme, a tratti persino un po' saturo e compresso, ma che sposa perfettamente la voglia di Macca di graffiare ancora. Paul imbraccia e suona quasi tutti gli strumenti, tornando a quell'approccio artigianale e "fatto in casa" che non sentivamo dai tempi di "McCartney III".
Il disco si apre con As You Lie There, un pezzo nato quasi per caso davanti a una tazza di tè che mette subito in chiaro le cose: McCartney sperimenta ancora con le strutture e non ha paura di spiazzare. Subito dopo arriva Lost Horizon, un pop-rock diretto e aggressivo, dominato da chitarre elettriche in bella mostra che richiamano le atmosfere di "Flaming Pie". Lo stesso piglio ruvido e radicato nel songwriting americano (alla Tom Petty) si ritrova in Come Inside, un rock solido sorretto da un riff continuo, con un interludio strumentale che sembra arrangiato dai Dandy Warhols per quanto attuale risulta. Il cuore emotivo del disco pulsa nei pezzi più intimi. Days We Left Behind, il singolo che ha anticipato il progetto, è un capolavoro di fragilità emotiva, un brano che evoca la luce delle estati dell'adolescenza. Meravigliosa anche Down South, un pezzo essenziale, quasi solo voce e chitarra acustica, in cui Paul evoca esplicitamente il fantasma di George Harrison e i loro viaggi in autostop nel 1961.
L'evento storico del disco è Home to Us: il primo vero duetto ufficiale mai inciso tra Paul McCartney e Ringo Starr (impreziosito ai cori da Chrissie Hynde e Sharleen Spiteri). Costruito su una traccia di batteria che Ringo ha registrato in studio, è un pezzo grintoso, una sorta di coro marinaresco che racconta le origini comuni e le scorribande giovanili. Verso la fine, il disco si fa più riflessivo. Tra il dixieland-pop di Life Can Be Hard e l'arrangiamento vintage anni '30 di Salesman Saint, si arriva alla chiusura affidata a Momma Gets By, un'apertura sognante guidata da pianoforte e chitarra acustica che evoca le vette melodiche di "RAM".
Paul McCartney, foto di Mary McCartneyPiù che il monumento di se stesso, in The Boys of Dungeon Lane si sente un musicista che si diverte ancora come un ragazzino. Nonostante la voce mostri inevitabilmente i segni del tempo, McCartney la usa con una maestria emotiva disarmante. Non è l'annunciato testamento finale, ma un album straordinariamente vitale di un uomo che scrive canzoni come se il suo disco migliore dovesse ancora essere registrato.
Ascolta tutto "The Boys of Dungeon Lane" https://youtube.com/playlist?list=OLAK5uy_nIwfkdc5xIOiFtYmF1toSqBYyrL4gjJaQ&si=1tWPl7H6nK5hd2pB
Come Inside https://youtu.be/C8Zw_Cbm2V0?is=uKrrOyfrc1pNhp3Z
Official https://www.paulmccartney.com/




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