RECENSIONI - LIBRI: "NOI", di Evgenij Zamjátin (Editore: Fanucci - Collana Piccola biblioteca del fantastico, 2021 / di Nazzareno Martellucci
L'estetica cubofuturista di "Noi"
Scritto nel 1921, nel pieno dell'effervescenza delle avanguardie storiche, "Noi" di Evgenij Ivanovic Zamjatin è molto più del capostipite del romanzo distopico: è un dirompente esperimento visivo. Leggere questo capolavoro significa sfogliare una galleria d'arte in cui la pagina scritta si trasforma in una tela cubista e, al contempo, in un manifesto futurista in movimento. Zamjatin, ingegnere navale prestato alla letteratura, proietta sulla pagina l'ossessione per la geometria, il cemento e l'acciaio che respirava nella Russia dei suoi anni.
Evgenij Zamjatin
La vicenda si svolge nel ventiseiesimo secolo dentro lo Stato Unico, una società transennata da un muro di vetro dove gli esseri umani hanno perso il nome, sono rimasti solo dei "numeri" e vivono esistenze matematicamente regolate da tabelle orarie. Il protagonista, l'ingegnere D-503, è il fedele costruttore di un'astronave destinata a portare questo modello perfetto nello spazio. Tutto fila dritto finché non incontra I-330, una donna misteriosa e ribelle che, facendolo innamorare, inocula nel suo cervello matematico la più pericolosa delle malattie: un'anima.
L'architettura dello Stato Unico risponde a una rigida prospettiva cubista. Il mondo in cui si muove il protagonista D-503 è fatto di trasparenze assolute, specchi e cristalli. Zamjatin scompone lo spazio e i corpi stessi dei personaggi in volumi geometrici puri: le sopracciglia formano triangoli, i sorrisi sono tagliati netti come angoli acuti, e le persone camminano in parate perfettamente parallele. È il tentativo totalitario di fare all'umanità ciò che il Cubismo faceva agli oggetti sulla tela: sezionarli, analizzarli e incastrarli in una struttura razionale che elimina ogni sfumatura emotiva o segreto personale.
A dettare il ritmo del tempo interviene invece il dinamismo futurista. Nel testo pulsa il mito della macchina, della velocità e del metallo lucido, incarnato dalla costruzione dell'astronave. La scrittura stessa di Zamjatin rifiuta il lirismo ottocentesco per farsi industriale: le frasi sono spezzate, sincopate e telegrafiche, ricalcando i movimenti rigidi di un ingranaggio o i pensieri scattanti di un automa. Questo equilibrio perfetto, tuttavia, collassa non appena subentra l'irrazionalità. Sotto l'influsso della ribelle I-330, la rassicurante tela geometrica si deforma, le linee rette si curvano e lo spazio ordinato si frantuma in un incubo astratto e caotico, dove l'anima umana viene vissuta come una spaventosa anomalia matematica. A coronamento di questa straordinaria operazione artistica si colloca un'ovvietà storica dal sapore tragico: "Noi" non fu mai pubblicato in Russia durante il periodo comunista. Il libro detiene il triste primato di essere stato il primo romanzo ufficialmente bandito dal neonato ufficio di censura sovietico.
La vera ironia della storia sta nel tempismo. Nel 1921 lo stalinismo era ancora lontano e il clima culturale sovietico appariva ancora relativamente aperto alle sperimentazioni. Eppure, la parabola del totalitarismo matematico descritta da Zamjatin era così profetica, e la sua critica all'asservimento dell'individuo allo Stato così lucida, che il regime bolscevico ne intuì immediatamente la pericolosità, ben prima che la dittatura si consolidasse nella sua forma più feroce. Il romanzo fu costretto a essere contrabbandato all'estero per vedere la luce, lasciandoci in eredità il ritratto di un'epoca in cui l'arte d'avanguardia aveva capito dove stava andando il potere, prima ancora che il potere stesso ne prendesse piena coscienza.





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