RECENSIONI - KEVIN MORBY: "Little Wide Open" (Dead Oceans, 15 Maggio 2026) / di Marco Fanciulli

 

            La copertina di "Little Wide Open"

Kevin Morby: il cantore della provincia americana 

Kevin Morby è un cantautore americano che rientra nell'ultima generazione di un filone antico e consolidato, quello che genericamente passa sotto il nome di Americana, non propriamente un genere ma un contenitore accomunato dal minimo comun denominatore di musiche di ambiti country e roots-rock con la cornice della sterminata provincia statunitense. Morby nasce a Lubbock, nel Texas più profondo e rurale. Il lavoro del padre lo porta a viaggiare per gli States fino all’età di diciassette anni quando si trasferì a New York. Le sue prime esperienze musicali risalgono al 2009, quando Morby entra in qualità di bassista nel gruppo di area roots-country-noise dei Woods, con i quali produce tre album, seguite poi da nuove esperienze nel 2011, anno in cui lasciò i Woods per formare The Babies, formazione garage-punk insieme all’amico Cassie Ramone: con i Babies fece uscire altri due album. Nel 2013 si trasferisce a Los Angeles e pubblica il primo lp, "Harlem River". Da qui in poi la sua carriera è lanciata. Escono "Still Life" (2014) "Singing Saw" (2016), "City Music" (2017), "Oh My God" (2019), "Sundowner" (2020), "This Is A Photograph" (2022) e l’ultimo album "Little Wide Open" nel 2026, otto album in 13 anni.

                        This Is A Photograph 

Lo stile di Kevin Morby si è affinato nel corso della carriera. A grandi linee lo suddividiamo in una fase iniziale più sperimentale, nella quale prevalgono atmosfere acustiche a volte sospese in uno spleen ipnotico-narcolettico, ogni tanto con riferimenti blues e morbidamente jazzati, oppure rievocanti il fantasma di Nick Drake e le ninna nanne cantautorali di Leonard Cohen, una presenza che ricorre spesso nelle sue canzoni. Un’altra influenza, fin dall’inizio, è quella di Dylan, il Magistero dylaniano che traspare dai solchi, e una certa colloquialità intimista alla Lou Reed. In alcuni momenti pare di sentire il senso del drama dei Doors, in altri profumate elegie folk e country da casa nella prateria, in altri ancora balugini di vapori lisergici e anche spaccati spaghetti-western morriconiani. Non mancano episodi più rock: scampoli di Ramones o che rasentano lo shoegaze di Jesus & Mary Chain e le quadrature post punk alla Television.

                                 Sundowner 

Col passare degli anni lo stile si è affinato verso un abito cantautorale, limando le sperimentazioni e facendo risaltare un mood più dylaniano e loureediano. Astraendo dalle singole influenze e riferimenti Kevin Morby si può definire un cantore della provincia americana; è il bardo di quel cosmo di sentimenti, amori, dolori del singolo individuo perso nella vastità delle praterie. Dal suo stile traspare lo spleen esistenzialista del Midwest, di quella cintura del grano che prende il nome di Corn Belt: è la trasposizione in note musicali di quel senso di solitudine fatto di piccole città, empori persi nella campagna, strade solitarie che si perdono nel nulla – le famose Strade Blu della profonda provincia statunitense decantate da William Least Heat-Moon – fattorie solitarie e polvere sollevata dai pick-up, motel persi nel vuoto con i neon sfrigolanti al tramonto. Kevin Morby appartiene alla lunga schiera di cantautori che hanno dipinto l’America di provincia, quella più sconosciuta e lontana dai radar.

                               Kevin Morby 

Little Wide Open: perso tra i girasoli 

"Little Wide Open" è l’ultima fatica di Kevin Morby, appena uscita lo scorso maggio. È un disco più maturo rispetto ad altri lavori usciti in precedenza per il suo valore che oserei definire endogeno: in quest’album Morby canta l’America sconosciuta e lontana dai grandi agglomerati urbani di sempre, la introietta dentro di sé un una dimensione ancora più esistenzialista. E' un lavoro che parte dall’esterno, da come vengono filtrate le suggestioni di quest’America rurale, e va verso l’interiorità del musicista. In sostanza Morby compie uno scavo interiore fatto di riflessioni sull’esistenza, sulla transitorietà della vita, sulla morte in base a una sua personale reinterpretazione del memento mori, la fine della vita posta in una serena e distaccata prospettiva lucida e asciutta. 

È un invito a guardare con accorato realismo i giorni che viviamo pur nelle tante difficoltà, perché come disse il poeta greco Alceo “il giorno è un dito” e la vita è troppo breve per lasciarsi dominare dai dolori. Altro tema è l’amore: vi sono diverse love song nelle quali l’amore è un sentimento filtrato dalla visione esistenzialista di un uomo e del suo rapporto con la vastità degli spazi. Nel disco Kevin Morby mette a nudo le sue vulnerabilità, filtra il concetto di Americana in una lente più personale e più aperta all’interlocutore, con sprazzi di malinconia, ma forse bisognerebbe parlare di nostàlgia, non la semplice nostalgia verso un passato perduto come la intendiamo noi ma un sentimento ove il passato che non ritorna più viene interiorizzato in senso esistenzialista, ovvero un ricordo che vive nel presente e si fa esso stesso presente nel lessico sentimentale dell’autore.

Venendo al discorso stilistico, questo lavoro è molto cantautorale, levigato dalla produzione di Aaron Dessner dei National, che arricchisce il suono di una luce pregna di limpido intimismo. Le influenze vanno da Bob Dylan, la presenza che ricorre di più, a Lou Reed, Nick Drake, Leonard Cohen. L’iniziale Badlands è un bucolico quadretto che mette insieme Leonard Cohen con Lou Reed per poi farsi una cavalcata epica rasentando suggestioni heartland. Die Young è profumata di aromi acustici agresti con un violino countryeggiante che fa tanto prateria e gonne a fiori. Javelin' è una pagina di itinerante country-pop i cui aromi si perdono in mezzo alle spighe di grano e ha un bel controvento femminile. All Sinners è un bel quadretto per voce e chitarra con riverberazioni elettriche che prende Nick Drake e lo trasloca nel cuore del Midwest. Natural Disaster è uno dei capolavori del disco: soffuse atmosfere dylaniane in un dialogo maschile-femminile intimista, grazie alla presenza dell’ospite Lucinda Williams, e con un caldo assolo di chitarra elettrica nel finale che espande il brano nell’aria di un pomeriggio assolato su una strada solitaria. 

100,000 è un delicato dream-pop con venature lisergiche, la title-track Little Wide Open è lunga e malinconica, con la voce che assume un tono di monologo riflessivo, anche un po' mesto. Cowtown è uno spaccato di Arcadia americana, fra accenti dylaniani e sentori westcoastiani. Bible Belt è un aromatico folk alla John Denver dal passo di trotto. I Ride Passenger con un banjo in spolvero ritmico è un affresco country leggermente narcolettico. Junebug è un leggiadro momento di relax a base di una cullante melodia folk psichedelica. Dandelion è forse il brano più impregnato di Dylan, con un bel violino ad arricchire la trama sonora. Chiude l’album Field Guide For The Butterflies, soave madrigale che va in crescendo verso un finale che amplia gli orizzonti.


Ascolta tutto Little Wide Open

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