RECENSIONI - THE DANDY WARHOLS "Pin Ups" (2026, Beat The World/Little Cloud Records) / di Nino Colaianni
The Dandy Warhols non sono mai stati tipi da "copia e incolla". Se c’è una band che ha fatto del nichilismo chic e del neopsichedelismo un marchio di fabbrica, sono proprio loro. Eccoli di nuovo in pista con un album a puntare su un progetto di cover che richiama e omaggia lo spirito glam di Bowie, autore in passato di una operazione simile e dallo stesso titolo. Sebbene i Dandy Warhols abbiano spesso inserito cover nei loro set e pubblicato singoli sparsi, questo progetto specifico ricalca la loro estetica retro-futurista. Nel disco Courtney Taylor-Taylor e soci reinterpretano i giganti del passato con il loro inconfondibile piglio cool and detached, mettendo in atto quasi una nuova forma d’arte del furto d'autore. Trent'anni di carriera e i Dandy Warhols decidono di guardarsi allo specchio riflessi nei loro idoli.
"Pin Ups", uscito il 20 Marzo 2026, non è solo un omaggio al celebre disco di cover di David Bowie del 1973, ma un viaggio lisergico attraverso i canoni del rock, filtrati da quel mix di dandy-ismo che ha reso la band di Portland un'icona. Dimenticate la fedeltà agli originali. I Dandy Warhols prendono i brani, li spogliano della loro sacralità e li rivestono di velluto nero e paillettes. La produzione è densa, quasi claustrofobica in certi punti, ma sempre con quel groove che ti spinge a muovere la testa con nonchalance, peccato che nel missaggio l'operazione rivela tutta la sua debolezza, il lavoro sembra frutto di un frettoloso e sciatto home-recording.
Per assurdo, gli episodi migliori risultano essere quelli affidati alla voce della tastierista Zia MCcabe, che si rivela più ispirata dei compagni di band nell'eseguire Kiss Off dei Violent Femmes e Blackbird dei Beatles (traccia, però, registrata anni fa come tributo a Michael Jackson all'indomani della sua morte). Diciassette sono i brani rielaborati, la lista è molto eterogenea e spazia dai Clash (Straight To Hell) ai Marilyn Manson (The Beautiful People), dai New York Dolls (Jet Boy) ai Love & Rockets (Inside The Outside), dai Damned (Love Song) ai Grateful Dead (Ripple), dai Cramps (Goo Goo Muck, già una cover) ai Byrds che omaggiano Bob Dylan (You Ain't Going Nowhere).
The Beatles – Blackbird: Se l’originale era una dolce ballata folk, i Dandy la trasformano in una languida passeggiata ambient. La voce dell'istrionica Zia MCcabe striscia tra i synth, rendendo il brano un pizzico alienante.
Bob Dylan – Lay Lady Lay: Qui emerge l’anima più malinconica della band. La rielaborazione non abbandona il folk acustico ma lo decora con arazzi e decori synth psych. Un addio che annega in un oceano di riverbero.
The Cult – She Sells Sanctuary e Rain: Forse le sorprese più grandi. I riff iconici di Billy Duffy vengono diluiti e addolciti, trasformando due inni rock anni '80 in brani trip-hop ipnotici che sembrano usciti da una sessione notturna di uno studio di Bristol.
The Cure – Primary: Una scelta quasi obbligata per i Dandy. La loro versione sposta la bussola dal post punk al synth pop aggiungendo strati di elettronica analogica rendendo il brano un labirinto urbano senza via d'uscita.
Pin Ups non è un'operazione nostalgia. È la dimostrazione che una grande canzone può sopravvivere a qualsiasi trattamento, specialmente se a metterci le mani è una band che non ha mai avuto paura di sembrare troppo pretenziosa. I Dandy Warhols riescono nell'impresa difficile di rendere propri brani che appartengono alla storia collettiva. Non è un disco per puristi ma per chi ama perdersi nei meandri di un rock che sa ancora di pelle e ambizione artistica.
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Ascolta tutto Pin Ups https://youtube.com/playlist?list=OLAK5uy_kyrk2-QaQG-eOywEzijyg_OLLON8gcCqE&si=Ol0oz_1mOdSI5Hgl





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